Ieri mattina, nella sala consiliare del comune di Pescara, ho partecipato alla presentazione del libro “L’eutanasia della democrazia. Il colpo di mani pulite” l’ultima eccellente pubblicazione del professore e avvocato Giuseppe Benedetto, presidente della Fondazione Luigi Einaudi e liberale di lungo corso.


Sento di suggerirne la lettura a tutti, soprattutto ai non addetti ai lavori, ai quali consiglio fortemente di formare la loro opinione sui temi della giustizia sopra i libri, piuttosto che nelle arene mediatiche. Poi potremo confrontarci volentieri e avere idee diverse, ma prima, o la si vive sulla propria pelle o si studia sui libri (o entrambe le esperienze come nel mio caso). Sono convinto, infatti, che l’invalidità civile della pubblica opinione, che non coltiva il dubbio e il giudizio critico, sia il problema dei problemi. E il libro presentato oggi ci aiuta a capire perché.


In modo chiaro, semplice e documentato, il professor Benedetto riesce a darci la misura storica, e perfino erotica, di quanto la non-cultura dell’accusa sappia eccitare il popolo di Barabba che è in noi. Di quanto sia umanamente perverso il gioco dell’accoppiamento, tra una parte degli inquirenti, magistrati e ufficiali di p.g., e una parte dei cronisti della giudiziaria, che genera la convinzione e l’equivoco patologico e tumorale che le opinioni della pubblica accusa e della polizia giudiziaria valgano di più, perché sono emotivamente capaci di stupire, perché sono cartucce infilate dagli inquirenti nelle giberne dei cronisti che le sparano dai giornali per organizzare quella sospensione delle condizioni minime di un giudizio obiettivo che alimenta l’ingordigia forcaiola del popolo di Barabba. Un circuito perverso che, a distanza di trent’anni da mani pulite, continua a fare scempio di un numero impressionante di esseri umani, flagellati e inchiodati nelle fase delle indagini preliminari che, in questa maniera, finisce con il mitizzare se stessa.

La fase investigativa pre-processuale, che dovrebbe servire per capire tecnicamente se l’ipotesi accusatoria sia così fondata da giustificare il processo, cosa fa invece? Si sopravvaluta, brucia tutte le tappe e diventa direttamente una sostanziale esecuzione di condanna.
E se anche il processo non dovesse mai arrivare a celebrarsi per l’infondatezza dell’accusa, quel che resta di un uomo indagato senza riserve, senza contraddittorio e senza riserbo, non è poi certo facile auto-ricomporlo in una vita mentalmente e fisicamente sana.

Non è per caso che a distanza di trent’anni da mani pulite, da quando il presidente Scalfaro denunciava letteralmente la tortura del tintinnar delle manette in faccia all’indagato per farlo parlare, oggi il Presidente rieletto Sergio Mattarella, nel giorno del suo secondo insediamento, abbia rivolto un duro monito alla magistratura, a favore di coloro che dovessero vivere la ventura di essere indagati o anche solo sentiti a sommare informazioni dalla polizia giudiziaria: sia chiaro, ha detto forte il Presidente, che non dovranno più avvertire il timore di decisioni arbitrarie e imprevedibili. Perché l’opera di giustizia non è un’opera artistica che può fregiarsi di essere sregolata, bizzarra e imprevedibile. In questo senso, sono a favore della separazione delle carriere: per l’estro artistico di certi magistrati cantautori, il palcoscenico non è Palazzo di Giustizia, ma la sala 3 del teatro Massimo. Scelgano la loro strada con nettezza per non confondere i codici con gli spartiti da suonare a piacimento.
E invece no. Tanto avranno già ricevuto un encomio solenne per qualche loro indagine preliminare, e non glielo toglierà nessuno, anche quando il loro indagato sarà prosciolto da ogni accusa e, come spesso avviene, anche risarcito dallo Stato perché non andava arrestato. Assurdo ma vero, quell’ufficiale di p.g. conserva l’encomio che gli ha prodotto promozione e aumento di stipendio sulla pelle di un “torturato” prosciolto da quelle accuse.


Se una metà del campo mitizza le indagini preliminari, c’è un’altra metà che le debilita. A popolarla sono quelli che io chiamo gli avvocati del pareggio. Sono gli avvocati attendisti che fanno resistenza passiva, che non vogliono vincere o convincere, ma vogliono lasciare aperta una strada di sopravvivenza perché ritengono – come scriveva il grande avvocato Titta Madia – “Io poi in Procura ci devo tornare, e se ci devo tornare voglio trovarmi un pezzo di strada già fatta.” E cosi facendo questi avvocati del pareggio hanno impedito che si producesse cultura della pubblica opinione su questi temi, lasciando il campo alla mitizzazione delle indagini preliminari e alle luci da circo degli orrori del Giustizia-Park mediatico.
Facciamo il caso di Pescara. Da noi, lo voglio dire alla pescarese, ci sono stati venti anni di “schioffi” da parte della Procura della Repubblica. Ci sono stati vent’anni di trazione ad opera della polizia giudiziaria nei confronti della Procura. Il 99 per cento dei casi come si è concluso? Con “assolti perché il fatto non sussiste”. A cominciare dal sottoscritto: io ho subito l’antagonismo sportivo di 53 ipotesi accusatorie da cui sono stato assolto 53 volte perché “il fatto non sussiste”. Io sono la prova vivente che in Italia sul piano dell’Ordinamento Giudiziario il sistema delle garanzie esiste e alla fine prevale. Per fortuna, ora, siamo anche in una fase nuova della Procura di Pescara. Ah, se ci fosse quello che in sanità si chiama il “piano degli esiti”! Se ci fosse davvero la valutazione, un fascicolo che rinvenga l’esito di questi “lavori”. Ah, se fosse stato coltivato il maestoso articolo 358 del codice di procedura penale che impone al p.m. di raccogliere prove, non solo contro, ma anche a favore dell’indagato, non perché il p.m. debba fare il difensore, ma per la completezza del suo compito di accertatore volto a verificare per intero la fondatezza dell’ipotesi di reato, e non a costruire a tutti i costi un arrivo accusatorio. Con la valorizzazione dell’art. 358 avremmo evitato il 51 per cento degli “schioffi” dell’intero distretto giudiziario abruzzese

Avremmo evitato che scomparisse la dignità di centinaia di uomini innocenti. Non solo la dignità, ma la vita stessa di chi non ce l’ha fatta a resistere e si è ammazzato.


Uno per tutti. Voglio ricordare, e assieme a me lo ha fatto anche il professor Giuseppe Benedetto che lo ha ben conosciuto, Valterio Cirillo l’architetto pescarese e consigliere comunale che, nel ’93, si uccise lanciandosi nel vuoto dopo essere stato travolto da una inchiesta della Procura di Pescara. Uscì distrutto da un interrogatorio e, nonostante pochi mesi dopo sia stato completamente prosciolto, si tolse la vita. Sostengo da tempo la necessità di rendere obbligatorie le videoregistrazioni delle persone sentite a sommarie informazioni per rimettere le cose a posto nel sistema delle garanzie troppo spesso negate e rimpiazzate dalla paura.

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