Se negli ultimi otto anni si fosse data leale e operosa attuazione alla legge regionale del 24 agosto 2018 istitutiva di Nuova Pescara, il capodanno 2022 avrebbe segnato il compimento naturale della nuova dimensione territoriale e saremmo già nel quarto anno di vita del nuovo comune. Ciò non è accaduto perché è stato disatteso il principio di maieutica dell’insorgenza urbana, cardine concettuale della norma che concepii e che approvammo: l’idea, cioè, che una grande realtà metropolitana non si impone per decreto né per mera sommatoria burocratica di tre municipi, ma si fa nascere accompagnando la convergenza reale dei servizi, l’armonizzazione delle funzioni, la pianificazione comune e il tessuto vivo delle comunità.

A questo disegno generativo è invece subentrato il «non-pensiero» dell’unione secca e fredda, concepita come una fusione a tavolino dettata dalla pigrizia di chi avrebbe dovuto guidare e accompagnare il cammino, ovvero la Regione Abruzzo, e ha preferito abdicare al proprio dovere per una conclamata, irrisolvibile assenza di volontà politica. Ha prevalso la confusione indifferente contenuta in una terza proposta di legge di minoranza, che il Consiglio regionale non approvò e che era stata presentata dall attuale Presidente del Consiglio regionale Sospiri.

Erano tre i disegni di legge sottoposti al Consiglio subito dopo l’esito del Referendum: c’era la proposta di norma-Sospiri, veloce, sbrigativa, burocratica, che fissava la nascita di Nuova Pescara al primo gennaio 2016, senza possibilità di deroga, che delegava sulle spalle della nuova amministrazione l’onere di riempire di contenuti il nuovo contenitore, quindi anche la redazione del nuovo Statuto, e l’unificazione dei servizi, un po’ come se due sposini, celebrato il matrimonio in chiesa, entrano nella nuova casa e la trovano vuota, senza gli arredi della cucina, del salotto, senza neanche il letto per dormire. E la proposta Sospiri era netta anche nelle sue deduzioni:

  • Scriveva la norma Sospiri: I cittadini dei tre comuni, con un consenso complessivamente considerato del 64%, si sono chiaramente espressi in favore della costituzione della “Nuova Pescara” e, pertanto, sarebbe inaccettabile se la politica e le istituzioni regionali, che dovrebbero essere garanti di quella volontà, impedissero la realizzazione di questo importante obiettivo;
  • E ancora: l’istituto della fusione, che più degli altri ritengo possa garantire una governance più efficiente a patto che le istituzioni e soprattutto la politica si liberino di quelle logiche particolaristiche e campanilistiche che per troppo tempo hanno spento ogni anelito di riforma istituzionale’.
  • E infine il capolavoro: ‘E’ indubbio infatti che la fusione dei tre comuni oltre a consentire una importante e significativa riduzione dei costi della politica e della macchina amministrativa, renderà più agevole la capacità del territorio di attrarre risorse da destinare agli investimenti, all’occupazione o all’abbattimento delle tasse, al fine ultimo di rendere il nostro sistema territoriale fortemente competitivo soprattutto rispetto alle altre grandi città dell’adriatico anche nella prospettiva della creazione della cd. “macroregione adriatica”.’

A quella proposta normativa eccezionalmente semplicistica, pensata forse avendo a mente più un gigantesco SuperCiapi che una Città Adriatica senza confini, come se istituire Nuova Pescara fosse pari a realizzare un grande parcheggio per le Naiadi sempre desiderate o elargire mance ai Comuni amici, ho contrapposto ben due proposte di legge: una per l’unione dei servizi o Città fredda e una seconda proposta per la nascita di una città nuova con fusione calda e progetto di nuova cittadinanza. Mai abbiamo configurato la nuova città da far ricostruire come se fosse Brasilia o Latina dall’alto, ma sempre con il protagonismo generativo delle democrazie comunali delle tre realtà comunitarie ed istituzionali coinvolte per evitare che nascesse alla fine Eurobic o Serfina, magari avendo in mente nella migliore delle ipotesi scolastiche Brasilia o Latina.

In ambedue i disegni normativi la Regione Abruzzo ha mantenuto il ruolo di sovrintendente, per mediare, guidare e monitorare, ma la Nuova Pescara doveva, così come deve, essere frutto del lavoro e del confronto dei 3 Parlamenti comunali, con il coinvolgimento del territorio, così com’è accaduto per la nascita della Città Metropolitana di Bologna. In una legge di 10 pagine e 14 articoli abbiamo previsto l’istituzione inizialmente al primo gennaio 2019, poi definitivamente al primo gennaio 2022, della nuova città, mettendo a lavoro tre Organismi:

  1. Comitato per la Fusione composto dal Presidente della Regione e dai tre Sindaci dei Comuni coinvolti, assistiti da funzionari delle rispettive amministrazioni e da esperti e che avrebbe dovuto redigere entro 30 giorni dall’entrata in vigore della legge il ‘Programma generale per la fusione’;
  2. Osservatorio del processo di fusione dei Comuni (Osservatorio), da istituire entro 60 giorni dall’entrata in vigore della legge, di cui dovevano far parte funzionari dei comuni coinvolti dal processo di fusione, funzionari regionali ed esperti in materie giuridiche o economiche nominati dal Presidente della Regione, integrato da funzionari della provincia di Pescara e dal Prefetto di Pescara. L’Osservatorio aveva l’obbligo di relazionare ogni sei mesi sullo stato di avanzamento del processo di fusione;
  3. il Comitato doveva dare luogo all’Assemblea costitutiva composta da tutti i membri dei 3 Consigli comunali che, organizzando il lavoro anche attraverso apposite Commissioni, dovevano costruire entro un anno lo Statuto della Nuova Pescara, che quindi non veniva scaricato sulle spalle della città che doveva nascere;

I tre Organismi così costituiti avrebbero dovuto lavorare non all’unificazione di uffici e servizi, ma a pensare, ideare e progettare una entità territoriale nuova dandole delle finalità, degli obiettivi per evitare che la fusione comportasse costi per la comunità in termini di inefficienza e fosse invece ad impatto zero per i cittadini, le famiglie e le imprese ricomprese nel territorio urbano, ed allo stesso tempo fare in modo che il processo di integrazione tra i tre Comuni fosse concreto e reale da subito, sia sotto il profilo esterno, e quindi dell’erogazione di funzioni, e sia sotto il profilo interno, organizzativo, contabile e di macrostruttura.

Perché il limite politico e programmatico del dibattito pubblico, sviluppatosi attorno alla fusione, è stato il focalizzarsi essenzialmente sul riassetto e sull’unificazione della/e Città-Apparato, senza affrontare minimamente il tema della Città-Funzione, che richiama quello dei servizi, dei flussi, della qualità della vita urbana, dei progetti di vita che essa offre ai cittadini, e della velocità delle decisioni e delle politiche, delle comodità in funzione di tali progetti di vita. L’ingrandimento delle anagrafi non necessariamente corrisponde ad un ingrandimento delle funzioni, anzi può tradursi, se tutto il processo non è guidato dall’efficientamento amministrativo e dalla capacità della politica di prevenire e prefigurare gli scenari, in disfunzione.

La seconda proposta normativa che ho presentato, che consigliava la ‘fusione calda’ e che è stata approvata dal Consiglio regionale, conteneva un principio di gradualità: il Consiglio regionale, su proposta del Presidente della Giunta regionale, avrebbe potuto determinare una sospensione del processo di fusione, rimettendo all’iniziativa legislativa del Presidente stesso e all’approvazione del Consiglio una revisione della data di decorrenza e di estinzione degli organi comunali preesistenti, senza che ciò comportasse un blocco dell’intero procedimento di integrazione, ottimizzazione e razionalizzazione dei servizi, a condizione che i Consigli comunali avessero approvato lo schema di Atto costitutivo di un’Unione fra i tre Comuni ai sensi dell’articolo 32 del D.Lgs. 267/2000, allo scopo di esercitare congiuntamente una pluralità di servizi e funzioni nell’ottica di una progressiva integrazione della loro azione amministrativa in maniera comunque strumentale al completamento del processo di fusione.

Abbiamo dunque inserito la clausola di salvaguardia per la fusione, con una “cessione di sovranità” dei Comuni verso il nuovo Ente che fosse costante, incessante e guidata dalla politica e da chi ha le responsabilità di governo delle amministrazioni. In altre parole poteva essere concessa una ulteriore deroga, ma solo se le tre amministrazioni avessero dimostrato di aver fatto i compiti a casa per costruire Nuova Pescara e non per distruggere il lavoro fatto.

Ora, a parte la redazione del nuovo Statuto, e la realizzazione di qualche nuova carta intestata, nulla del lavoro previsto dalla legge è stato di fatto compiuto, e la Regione Abruzzo ha peccato di assenza di autorevolezza, oltre che di indolenza nello svolgere il doveroso controllo, non ha voluto o più semplicemente non ne ha avuto la necessaria capacità. E soprattutto nessuno ha realizzato la maieutica della civicità urbana, ovvero i 3 Parlamenti comunali non hanno colto l’occasione per creare spazi, momenti e laboratori di dialogo in cui i cittadini stessi potessero scoprire il valore della convivenza, il proprio senso civico e il senso di appartenenza alla comunità prossima all’allargamento, coinvolgendo la popolazione nella co-progettazione della nuova città, ascoltando i bisogni della comunità per far nascere un senso di responsabilità spontaneo, trasformando gli abitanti da spettatori passivi ad attori civici attivi, rendendoli consapevoli di poter partecipare al processo di fusione da protagonisti, e rassicurandoli sulle convenienze che dovevano derivare dalla nuova entità.

Da questa consapevolezza dovrà ora ripartire il percorso per Nuova Pescara. Aprirò un dibattito invitando al confronto gli artefici dell’odierno fallimento: se come dice il Presidente Sospiri ‘occorre rinviare perché le cose si devono fare e si devono fare bene’, lo inviterò a raccontare quali sono le ‘cose’ che si debbono fare, a suo giudizio, per istituire Nuova Pescara e quali strumenti intenda attivare per fare bene quelle cose. Se riteneva che Nuova Pescara potesse addirittura nascere il primo gennaio 2016, dieci anni fa, determinando lo scioglimento delle tre Amministrazioni al 31 dicembre 2015, senza dotare il nuovo Comune di alcuno strumento operativo, ma lo ha ritenuto percorribile e fattibile, gli chiederò conto del tempo trascorso senza produrre un solo atto. Io, dal canto mio, porterò al tavolo idee e progetti con la relativa tempistica realizzativa, dopo aver già portato emendamenti parlamentari, diventati legge dello stato, carica di milioni di risorse economiche, che non si è saputo ancora mettere a frutto per questa pulsante comunità adriatica.

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