Io voterò NO al Referendum sulla Riforma della Giustizia!

Voterò “NO” non perché non abbia avuto il tempo di leggere e riflettere sulla separazione delle carriere, ma perché ritengo che quest ultima non aumenti di un solo millimetro le garanzie per l’indagato il quale, anche se assolto, esce comunque “sfasciato” dall’esperienza del processo penale.

È questo un dato su cui riflettere. Quando un imputato viene assolto, non torna nobilitato nella sua dignità: per qualche strana ragione, nella “pubblica opinione” l’epilogo assolutorio è associato esclusivamente alla capacità e bravura del difensore.
Voterò “NO” al Referendum sulla Giustizia perché ritengo che una riforma efficace ed efficiente del processo penale debba passare attraverso regole che diano contenuto effettivo alla completezza delle indagini. Regole che nulla hanno a che fare con la separazione delle carriere, ma che investono, piuttosto, punti nevralgici del procedimento penale; regole di profilassi che si declinano nella previsione di un limite temporale invalicabile per le indagini preliminari; incarichi a tempo per chi fa parte della Polizia giudiziaria che materialmente compie le indagini; il divieto sanzionato di espressioni ed aggettivi colpevolisti prima dell’accertamento, che violano la presunzione costituzionale di non colpevolezza; la collegializzazione della Pubblica accusa, come accade in Europa.

L’occasione per dirlo e ribadirlo è stato il Convegno dell’AIGA che ha permesso di toccare temi come il valore del segreto, destinato a declinarsi in un altro sostantivo processuale su cui occorrerebbe un intero convegno, vale a dire la segretezza del e nel processo; così come il valore della riservatezza, affinché sia eletta a vera e propria infrastruttura processuale.

Mi appassiona la volontà di entrare in modo laico nel merito di questi temi da parte degli avvocati, da cui mi aspetto molto per il ruolo insostituibile che svolgono nell’amministrazione della giustizia penale, perché gli avvocati del diritto penale sono un po’ come gli oncologi, ossia soggetti chiamati a liberare dalla sofferenza. E sono felice che fossero presenti all’incontro gli accademici, perché occorre ripatrimonializzare il lavoro di chi studia. Per costruire una vera riforma della giustizia in Italia dobbiamo fare in modo innanzitutto che le indagini preliminari abbiano un tempo invalicabile: noi abbiamo nella storia italiana indagini preliminari della durata di 12 anni, come nel caso di Contrada, o 5 anni, come nel processo a carico di un grande servitore della medicina italiana o del cosiddetto Procedimento ENI, nell’ambito del quale ho riscontrato un diffuso atteggiamento “cedevole”, di accompagnamento genuflesso da parte degli avvocati.

In questi anni mi sono fatto una personale tassonomia degli avvocati nei diversi fori di periferia: ci sono gli avvocati del Diritto, che sono sempre più in minoranza; ci sono gli avvocati del pareggio, quelli che cercano il concordato dei sorrisi; ci sono gli avvocati albisti che non svolgono alcuna funzione; poi gli avvocati salutatori; e gli avvocati della carne umana, quelli che fanno anche accordi con chi accusa pur di riportarsi a casa qualche centimetro quadrato di risultato.

E vi dico anche come si fa: il Pubblico Ministero indaga 16 persone: il primo è il protagonista centrale dell’indagine (un imprenditore, un ” colletto bianco), l’ultimo è il cameriere del primo, quello che rappresenta il soggetto debole della catena, nei cui confronti gli inquirenti si scagliano con strumenti processuali devastanti, come il sequestro della casa. Il pubblico ministero avvicina l’avvocato del soggetto debole, che non può pagare, e che si ritrova nel peggiore incubo kafkiano di una giustizia ineluttabilmente autoreferenziale ed ha inizio un sottobosco fatto di logiche autoreferenziali in cui il soggetto debole è indotto ad incoraggiare il lavoro dell’accusatore, per avere in cambio la liberazione della casa, altrimenti persa. A quel punto tutti i soggetti coinvolti in quel procedimento diventano carne umana oggetto di scambio, sacrificati sulle pagine di una stampa affamata che lucra sul voyerismo morboso.

E posso testimoniare che sono tanti i fatti, le storie, le circostanze, in cui si muovono tali figure di Pubblici Ministeri che agiscono ed operano per avere il consenso della stampa. E mi chiedo:
perché avere il consenso sulla stampa?

Questi sono i mali che affliggono la giustizia penale e sono mali che non troveranno soluzione nella riforma sottoposta al Referendum. Piuttosto facciamo una battaglia su punti
fondamentali:

  1. la durata limitata delle indagini preliminari e la perentorietà dei termini sia per la difesa che per l’accusa per produrre documenti, nel rispettare passaggi e dare garanzie: non può accadere come oggi che per la difesa quei termini sono effettivamente perentori e per l’accusa sono fatti di nutella;
  2. gli incarichi a tempo della polizia giudiziaria: non è possibile che in alcune realtà, specie in provincia, l’aliquota di Polizia giudiziaria possa stazionare nello stesso luogo da 20 anni, creando una rete di relazioni opache ed organizzando anche un circondario nei confronti del giovane o della giovane Pubblico Ministero;
  3. No all’uso degli aggettivi nella composizione delle carte dell’indagine preliminare perché, se gli aggettivi compaiono da subito, quei fogli di carta circolano e si ritrovano sulla rete, sui banconi di realtà bancarie. E l’indagato e il figlio dell’indagato, con quell’aggettivo usato in quella relazione, perde il diritto di accedere a un mutuo per comprare casa.
  4. Collegializzare l’accusa: perché non è possibile? In Europa l’Ufficio della pubblica accusa è collegiale. Mi si dice che costerebbe troppo in termini di economia organizzativa. Ma quando si “sfascia” il progetto di vita di una persona, qual è il valore resistente rispetto al costo dell’economia organizzativa di un ufficio collegiale? Chi vi parla ha fatto la riforma della giustizia tributaria, ho convinto tutti a introdurre la prova testimoniale, a professionalizzare i magistrati, a dedicare attenzione all’intermittenza di competenza.

Dobbiamo ridare vita all’articolo 358 del codice di procedura penale: il Pubblico ministero deve compiere tutti gli atti necessari ai fini delle proprie determinazioni, ricercando anche elementi a favore dell’indagato. Il pubblico ministero non può vivere la propria ricerca investigativa come una sfida in cui gli elementi a favore dell’indagato sono sofferti come una sconfitta. Lo ha ricordato la Corte costituzionale: il pubblico ministero è organo di giustizia, non l’antagonista della difesa.

Ecco perché la riforma della magistratura che si vuole realizzare non ce la fa a portare un di più di garanzie. Posso essere d’accordo sul meccanismo dell’estrazione perché evita il correntismo, l’amichettismo; posso concordare sull’Alta Corte, ma io voglio un magistrato che abbia attraversato tutte le esperienze, che abbia fatto l’avvocato, il giudice, il Pubblico Ministero, magari anche l’indagato, altro che la separazione!!!!!!!!!!

Io sono stato indagato in lungo e largo, ho sempre vinto, sono stato sempre assolto perché il fatto non sussiste; poi il mio avvocato, che è del ‘900, mi ha chiesto di non fare richiesta di risarcimento, di non armare una guerra. Se tornassi indietro la farei quella guerra, non per me, ma per fare in modo che si capisca qual è la questione irrinunciabile. Ho visto gente ammalarsi, cedere dal punto di vista psicologico. A me non è successo, io mi sono preso anche una laurea in Giurisprudenza, con una tesi dal titolo ‘La discrezionalità mobile dell’azione penale’, perché un altro totem da mettere in discussione è l’obbligatorietà.

Per una vera riforma dobbiamo entrare nel merito: facciamo una battaglia affinché l’avvocato possa essere presente e riconosciuto appropriatamente, come una risorsa dell’Ordinamento, in Costituzione; affinché l’avvocato possa anche accedere alla Polizia giudiziaria per le sue indagini difensive, sempre più necessarie, e affinché l’avvocato di difesa possa attingere allo stesso fondo giustizia, a tutela di chi l’avvocato non se lo può pagare, perché per difendersi occorrono soldi, tempo liberato e spazi per organizzare la giacenza documentale e quella tecnologica.

Facciamo una battaglia affinché il Giudice per le indagini preliminari, che è il giudice di ‘quasi prime cure’, possa avere la stessa facilità tanto nel chiedere un rinvio a giudizio quanto a disintegrare la richiesta di azione penale, e che nel secondo caso non sia la complessità e la macroscopica dilatazione della stessa cartaceità di scrittura a disincentivare la dichiarazione di innocenza o di insussistenza dei fatti agevolando, piuttosto, la tentazione ad assecondare il flusso indifendibile delle accuse.

Dobbiamo essere laici nell’affrontare il tema della giustizia e non spettacolari o costosamente rumorosi.

Il Centro

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