Senatore Luciano D’Alfonso, l’emergenza coronavirus vede l’Abruzzo tra le Regioni in cui esistono focolai importanti e numeri considerevoli. Cosa è stato fatto e cosa si sarebbe potuto fare di diverso?
«Intanto, non parliamo di una crisi, ma di una vera e propria rottura di civiltà che accomuna le nostre sorti con quelle di altre regioni italiane e del mondo. Il punto che si pone con forza è un ripensamento della sanità e, come sostenuto anche da esperti come Cassese, ci dobbiamo porre la domanda se il modello regionalista della gestione della sanità non si debba oggi lasciare alle spalle. Anche il presidente dell’Istituto superiore della sanità comincia a porre il tema di una sanità che venga gestita dal centro per eliminare differenze e capacità di reazione. E le maggiori differenze ci sono state tra due regioni del nord come Lombardia e Veneto. Non tra sud e nord». 


Le misure del governo sono la risposta giusta all’emergenza? Non le sembra che sull’autocertificazione si sia ingenerata confusione con integrazioni continue della tipologia del modulo? E l’ordinanza del Viminale sui bambini che possono muoversi vicino a casa con un genitore sconfessata da Conte che consente invece ai bambini di andare a fare la spesa con i genitori?
«Sono esempi che hanno significato. La condotta individuale poteva rappresentare un cavallo di Troia per ogni realtà collettiva. Per cui il legislatore, in questo caso in solitudine come il presidente del consiglio dei ministri Conte, ha dato luogo a una norma che ha cercato di inibire e poi di tenere da conto le famiglie che vivono in 50 metri quadrati con due figli nelle grandi periferie delle città italiane. Vengo alla domanda: si poteva immaginare una autodichiarazione ferma, resistente? Probabilmente sì, ma non in una normazione straordinaria per ordinanze. Ci voleva un po’ di riflessività in più che non va d’accordo con la produzione normativa da ordinanza, che è quasi una dettatura legislativa».


Tutto quello che si è messo in campo con il cura Italia è sufficiente?
«È bastevole per una reazione adeguata all’emergenza sanitaria, si è dato una prima risposta all’emergenza economica, ma l’intero delle questioni economiche lo troveremo scritto nel Dl 7-8 aprile che affronterà il tema delle imprese, delle libere professioni compiutamente, delle agenzie turistiche, dei cespiti economici dei Comuni. Abbiamo 8mila comuni che sono senza dotazione finanziaria della platea legata alla contribuzione. Gli enti locali devono garantire comunque i servizi come la pulizia e una parte del welfare. Su quelle capacità fiscali dovrà provvedere lo Stato al ripristino. Nel Dl di aprile che si sta scrivendo in queste ore troveremo le risorse per fare in modo che la ruota dell’economia recuperi capacità».

Basterà?
«Secondo me ce ne sarà un altro di provvedimento, tra luglio, agosto e settembre, dove troveremo ulteriore copertura normativa. Ogni volta ci sarà da adattare perché le fattispecie di vita reale degli italiani sono milioni».

La crisi economica delle piccole e medie imprese che in Abruzzo sono numerosissime come va affrontata?
«Primo dato, il sistema bancario deve farsi carico, come diceva Keynes, della pecora di Keynes. Se le piccole e medie imprese, che sono la struttura dell’economia del paese, non trovano prossimità nella conduzione dei servizi di credito e di banca la pecora di Keynes muore. Per cui dobbiamo fare in modo che l’articolo 56 del DL 18 del 2020 (cura Italia) consenta il recupero di liquidità a imprese e famiglia. Io stesso ho fatto un emendamento affinché attraverso lo Stato si consenta alle banche di aiutare le imprese perché la vita delle imprese serve allo Stato ma anche alle banche». 

Lei come considera l’ipotesi di una riapertura graduale delle attività?
«Io credo che quando la scienza ci avverte che il rischio contagio è debilitato, a quel punto gradualmente dobbiamo ricominciare la vita economica, sociale e relazionale, consapevoli che questa esperienza durissima di rottura di civiltà ci è entrata dentro. E anche la democrazia ha conosciuto un’altra maniera di essere democrazia attraverso l’esplosione dell’utilizzo del digitale. Abbiamo imparato in 30 giorni una democrazia senza frontalità. Noi saremo spintonati verso questo tempo nuovo che è il tempo dell’utilizzo della tecnologia, del lavoro da casa. Anche l’urbanistica dei territori dovrà tener conto che la casa è il luogo di abitazione, di relazione, ma anche di produzione. E la democrazia politica deve ripensare come raccogliere le istanze, i bisogni e le ambizioni». 

Che tempi prevede per un ritorno alla normalità?
«Dopo l’estate torneremo al pieno della normalità ma porteremo nello zaino della nostra consapevolezza paura, maturità e anche una maggiore attrezzatura culturale che ci fa pensare che non è vero che la rotativa del tempo che va avanti porta con sé necessariamente miglioramento. Servono scelte idonee: investire sulla sanità, sulla ricerca e sull’industria farmaceutica». 

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