Il Recovery Plan è giustamente al centro del dibattito politico, ma dobbiamo fare in modo che questa centralità riguardi quanto effettivamente occorre per il futuro del nostro Paese.
Tutti sappiamo che ci sono importanti risorse, tutti sappiamo che c’è stato un dibattito impegnativo riguardante gli obiettivi, la cui graduatoria ha meritato un approfondimento per assicurare priorità a quanto è più strategico, sappiamo molto poco, invece, sui tempi intermedi, tempi che sono cruciali se si vuole essere veritieri sui tempi lunghi, ovvero sulla effettiva realizzione dei progetti per rendere possibile la ripartenza dell’Italia.


Mi aiuto con un ricordo della storia italiana: nel 1961 ci fu un momento in cui andava tutto bene, ma si aprì un dibattito divisivo su obiettivi e risorse. Poiché allora non difettava la politica, ci si mise d’accordo su un’agenda di interventi definiti con risorse certe, cui si unì la cosiddetta nota aggiuntiva. Era uno spazio in cui si collocavano altri obiettivi che avrebbero trovato copertura strada facendo.

Qualcosa di analogo noi oggi possiamo rinvenirlo rendendo certe e scorrevoli le procedure. Appaltare in questo Paese fa paura, ma è questa la materia che poi consente di vedere i cantieri e con essi la realizzazione degli obiettivi, e la stessa rendicontazione che rende possibili i rimborsi.
Se non rendiamo sicuri questi passaggi, noi rischiamo una stagione argentina, in cui gli impegni assunti poi non vengono onorati.
Ma nuovamente le procedure sono importanti, perché negli interventi ci sono le economie, economie che derivano sia dalle gare che dagli obiettivi che non si possono perseguire.

Noi abbiamo bisogno di queste risorse e ci basta considerare una questione enorme che è sotto i nostri occhi per rendercene conto: nell’Italia dell’entroterra è di fatto interrotta, o estremamente difficoltosa, l’attività didattica a distanza, perché manca una adeguata infrastrutturazione digitale.
Rischia di tornare in auge in modo insopportabile la disparità di classe nell’accesso all’istruzione, scavando un abisso tra le famiglie abbienti che sono capaci di rimediare ai buchi della formazione e quelle che non hanno modo di farlo. È una questione drammatica, che rischia di far saltare del tutto la fiducia nelle istituzioni rispetto a un diritto che non è in alcun modo sacrificabile.

Un’altra questione che dobbiamo mettere assolutamente in agenda è il conflitto tra lo stato e le regioni. Io naturalmente ho molto ben presente la regione dalla quale provengo. Anche qui mi aiuto con un caso molto rilevante in questo momento. Su un milione e duecentonovantamila abitanti, attualmente in Abruzzo sono disponibili novemila e seicento vaccini. E non c’è solo la questione della produzione da parte della competenza scientifica e il reperimento in modo idoneo da parte dello stato: mancano proprio le risorse umane, mancano i vaccinatori, anche perché si sta creando una pericolosa sfida, uno sciocco quanto esiziale clima di dispetto tra lo stato e alcune regioni, che noi dobbiamo cancellare in partenza, mettendo a punto il come deve funzionare la macchina pubblica che deve assicurare diritti e servizi con certezza ai cittadini.

Invece a volte ho la sensazione che stiamo assistendo di più a un gioco, in cui chi più può prende le vesti del Narciso. Non va bene, non andava bene prima, è insostenibile adesso.
Abbiamo bisogno di trovare una quadra, perché cominciano a mancare pezzi fondamentali di diritti, nella qualità e nella quantità. Ecco perché deve finire la stagione del tiro alla fune. Ora è necessario che la ruota della politica ricominci a girare.

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