Pescara non tornerà a votare con il costume da bagno, l’ombrellone sotto il braccio e la sabbia nelle ciabatte. Lo ha deciso il Consiglio di Stato accogliendo i ricorsi alla sentenza del Tar depositati prima dalla coalizione di centrosinistra e poi da quella di centrodestra. Ma il clima odierno di esultanza del sindaco in carica Masci e della sua maggioranza, che brindano al pericolo (per ora) scampato, non distolga lo sguardo politico e amministrativo dalla gravità di quanto accaduto un anno fa: resta l’ombra sulle elezioni amministrative, restano le buste sigillate e strappate, lacerate, restano le schede scomparse e riapparse, resta una sentenza scritta dai giudici del Tar che ha messo nero su bianco i propri dubbi di legittimità. Resta il coinvolgimento della Magistratura penale che dovrà fare piena luce, assicurando approfondimento investigativo e rapidità decisionale, su quella che oggi si palesa come un’offesa alla nostra democrazia.

Il rinvio della decisione sotto l’Albero di Natale è un elegante invito a moderare i toni e a mantenere un basso profilo rivolto dalla Magistratura amministrativa a chi oggi ha il compito pro-tempore di governare la città. Leggo che la prima reazione del sindaco Masci non riguarda la legittimità o meno della propria elezione, che in realtà dovrebbe quanto meno suscitare la sua preoccupazione, perché per almeno altri cinque mesi, dovrà convivere con gli sguardi dubbiosi e interroganti dei pescaresi che incontrerà per strada, al supermercato, in piazza. Sguardi dubbiosi di chi non lo ha votato, ma anche di chi ha messo la croce sul suo nome.

Eppure oggi la prima esternazione del primo cittadino ha riguardato l’aver riacquistato una presunta piena operatività di azione. Ovvero, la decisione del Consiglio di Stato che si è opportunamente preso del tempo per rileggere le carte e scrivere la propria sentenza, è risuonata per il centrodestra come un ‘tana libera tutti, possiamo continuare a fare quello che vogliamo’. Un clima amministrativo che pure abbiamo avvertito negli ultimi giorni, con gli uffici indaffarati e messi sotto pressione dal sindaco stesso, dalla giunta e da solerti consiglieri delegati al territorio, a preparare carte su temi di straordinaria rilevanza amministrativa, ben lontani da quella ‘ordinaria amministrazione’ disposta dal Tar. Quasi un presagio su quanto avrebbe deciso il Consiglio di Stato, che dunque ha suggerito di ‘tenere le carte pronte’.

Ma quel presagio in realtà è fuorviante e soprattutto potrebbe indurre a un pericoloso far west amministrativo che in questo momento non ha ragion d’essere: la presunta riacquisita piena operatività non deve far distogliere lo sguardo dall’obiettivo finale, non deve confondere gli animi, né spingere le carte su corridoi di pensiero che meritano riflessione e riletture. L’autentica legittimazione del voto amministrativo del 2024 dipende oggi unicamente dal pronunciamento del 18 dicembre prossimo. Fino ad allora tutte le cosiddette ‘decisioni’ strategiche che riguarderanno Pescara, e inevitabilmente la nuova città del 2027, andranno ponderate, riflettute e intelligentemente condivise, in una sorta di co-gestione politica del territorio, l’unica misura che oggi gode dell’aggettivazione di piena legittimità e della condizione di opportunità

Lo pretende il principio di democrazia, lo pretende soprattutto la città che rischia ancora oggi di vedere calpestato il proprio diritto di espressione di un anno fa.

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